Sulle tracce dell’arte perduta

I mille volti dell’artigianato

Mani esperte che tessono fili di cotone o seta, che scolpiscono il legno e battono il ferro, modellano vasi e creano gioielli: l’artigianato della valle del Savuto è una storia che non finisce mai...

ORIGINI ANTICHISSIME LEGATE ALLA TRADIZIONE: l’artigianato locale della valle del Savuto raccoglie le testimonianze del passato in una produzione rimasta quasi intatta nei secoli. La zona è particolarmente conosciuta per alcune attività: molto apprezzato è l’artigianato del legno, al di là dei motivi puramente commerciali. Esistono ancora specialisti del bassorilievo e della scultura religiosa, abilità millenaria che s’intreccia con la produzione moderna, che riguarda sedie, mortai, cucchiai, bastoni con manici a forma d’animale, suppellettili e pipe. Numerose anche le lavorazioni del ferro battuto, oltre a quelle dell’orafo e dell’argentiere che plasmano monili, orecchini e collane.

La tradizione dei ceramisti

La produzione di ceramica è uno dei fiori all’occhiello dei mestieri artigianali cosentini. Crudo o smaltato, questo materiale è ancora oggi lavorato da mani sapienti e preparate. Vasi, tinelle, cucume e pignate fanno ancora oggi parte dell’arredamento tipico, ma an- che le maschere apotropaiche che occhieggiano dagli stipiti delle porte. Per esempio, s’incontrano i Nasocchi, elementi decorativi scaramantici, le cui origini risalgono agli Ilari romani, oppure al monachello augurello, una sorta di folletto domestico che amava fare i dispetti agli abitanti della casa, oppure la tradizionale scultura in terracotta dipinta a mano raffigurante il brigante calabrese con tanto di trombone e corno porta polvere da sparo. A raccontarcelo è un artigiano locale che ancora oggi realizza queste figure in ceramica aggiungendo alla tecnica piccoli tocchi artistici personali. La sua manifattura, affinata in molti anni di lavoro e passione, prende vita nel laboratorio che gestisce; se nei primi anni lavorava quasi esclusivamente con le maioliche, nel corso del tempo ha spostato la produzione sulla terracotta. Il suo lavoro da ceramista è legato più al periodo estivo, anche perché in inverno si occupa della realizzazione di tipici presepi calabresi, le cui caratteristiche si ritrovano principalmente nella struttura che ricalca il classico paesaggio di montagna e i borghi arroccati sui pendii.
Nelle sue mani, la tradizione rivive attraverso la rielaborazione di figure antiche e la produzione di tutto quel vasellame che fino a pochi anni fa era usato quotidianamente e che oggi è rimasto ad uso prettamente ornamentale.
Tutto tranne la pignata, tipico recipiente che, posto vicino alle fiamme del camino, viene ancora utilizzato dalle massaie legate ai sapori di una volta, per cuocere senza condimenti i buonissimi fagioli rustici del Savuto. La storia del nostro artigiano è comune a quella di tanti altri che nel corso della vita affinano la propria tecnica: ciascuno ha i suoi piccoli segreti da custodire gelosamente.

L’arte del telaio

L’allevamento dei bachi da seta nella valle del Savuto si fa risalire all’anno Mille, dopo la spedizione di Ruggiero contro i Bizantini, e si dice che venne lentamente perfezionato dagli ebrei al tempo di Normanni e Svevi. Per innumerevoli anni è stata una fonte di sostentamento per le famiglie poverissime della zona, e strettamente legata all’arte della tessitura. Nella stanza del telaio, dove le anziane ricordavano il passato e le giovani sognavano il futuro, si tessevano i ricami del corredo
delle spose e degli articoli da vendere alle signore della nobiltà locale. Pizzi e merletti, ricamati con fili di cotone, seta e lino, ornavano lenzuola e tovaglie, asciugamani e coperte. Una tradizione antica e meravigliosa, difficile e durissima, che solo don- ne sapienti potevano realizzare e tramandare.

La lavorazione dei metalli

Tipica dell’artigianato locale è la lavorazione del metallo. I forgiari belsitesi erano conosciuti in tutta la zona, le loro forge disseminate in ogni angolo del paese servivano alla realizzazione di cancelli e strutture in ferro.
Nel campo del ferro battuto si distinguono anche i roglianesi, tanto che una delle campane del Duomo di Rogliano è detta “Della Collegiata” per ricordare le opere dei maestri campanari locali, tra i quali si distinsero i Conforti. Le forge, che oggi chiameremmo laboratori, erano i luoghi dove, grazie al calore, alla forza delle braccia e alla sapiente manualità, prendevano vita mannaie e vanghe, zappe, accette e ferri di cavallo, insieme a tutti quegli attrezzi che servivano nel duro lavoro dei campi. La forgiatura e la battitura a freddo e a caldo sono i metodi più diffusi per la lavorazione del ferro, dai quali traggono origine martellatura e tempratura. La ricottura e tutte le successive fasi, come l’affinazione e la lucidatura, sono poi necessarie per la realizzazione di opere finemente lavorate, non ultimi gli specchi in metallo. Ma non è solo il ferro a essere lavorato: anche l’oro prende vita nelle creazioni dei maestri orafi di Rogliano. Tecniche antiche, come quelle della cera persa (che si fa risalire agli Etruschi) o della filigrana, sono le specialità degli artisti locali legati alla tradizione. Nei laboratori nascono gioielli originali e irripetibili, frutto della creatività e della sensibilità dell’arti- sta, in una nascita che fonde il magico alla sapienza della produzione. La lavorazione a cera persa è un procedimento molto lungo, dalla creazione in cera alla fusione dell’oro fino all’assemblaggio del monile si può arrivare ad impiegare anche dieci, quindici giorni.

Gli artigiani del legno

Proveniva dalla Sila il legno usato per costruire la cupola di San Pietro in Roma: portati al mare attraverso le acque del fiume Savuto, i tronchi degli alberi giunsero nella Città Eterna. La tradizione della lavorazione del legno affonda le sue radici
nell’antichità, come il territorio che la comprende. Nella valle del Savuto ad essere intagliati nel legno non sono solo gli oggetti di uso comune, ma anche altari finemente decorati e sculture lignee, volute a foglie d’acanto e cimase a coronamento. Scalpellini esperti si trovano soprattutto a Rogliano, borgo che nel XVII e XVIII secolo vantava una fiorente scuola di intaglio, soprattutto nella lavorazione del legno su commissione di prelati e confraternite. Veri capolavori, testimonianza di queste ricercate maestranze, sono le sculture lignee di rilievo dell’ex convento dei Cappuccini, ora conservate nel Museo d’Arte Sacra. Un posto di rilievo spetta anche ad altri luoghi di fede, come la chiesa di Santa Barbara a Marzi, oppure San Giuseppe a Scigliano, o ancora la chiesa di Sant’Antonio nella frazione di Serradipiro a Bianchi, oppure la chiesa di San Giorgio a Rogliano, dichiarata monumento nazionale. Un importante patrimonio artistico che si arricchisce dei lavori frutto della maestria locale. Tipico di tutta la zona è l’intaglio di radici e pezzi più pregiati, derivati dai tanti castagni, larici e pini presenti nella zona, ma anche l’uso del legno per la fabbricazione di botti, e di altri materiali come il giunco e la rafia per la realizzazione dei tipici cesti. Attrezzi agricoli, telai in legno, ma anche arredi in stile “arte povera” sono il fiore all’occhiello di un artigianato come quello del legno, che accomuna tutti i paesi del Savuto.

ARTE A ROGLIANO: INTAGLIATORI E SCALPELLINI

I borghi millenari che costellano il paesaggio del Savuto rappresentano uno straordinario serbatoio di identità e tradizioni, e possono divenire il vero punto di partenza per esplorare questa parte della provincia di Cosenza. Il turista nel centro storico di Rogliano può ammirare nell’armonia dei portali le forme d’arte lasciate dagli abili maestri del tufo, come anche nei capolavori del Barocco Roglianese apprezzabili nelle chiese. In particolare Rogliano vanta una tradizione pressoché unica nella lavorazione del legno, vivendo una realtà senza soluzioni di continuità tra passato e presente. È un’arte che richiede notevole perizia tecnica ed esperienza, come testimonia il Museo di Arte Sacra San Giuseppe dove è conservata una ricchissima raccolta di altari e dipinti provenienti dall’ex Convento dei Padri Cappuccini, oltre ad argenterie e opere di pregevole fattura dell’arte religiosa meridionale. Facile percepire come Rogliano nel Settecento rappresentasse uno dei centri più noti per l’intensa attività culturale e artistica: lungo le sue strade si svilupparono botteghe degli scalpellini del “marmo povero” e intagliatori del legno; il paese vide così il proliferare di stucchi meravigliosi, altari, arredi lignei, statue, facciate in pietra e portali, testimonianza di una famosa scuola, l’Accademia degli Inseparabili, alla quale la Chiesa affidò importanti opere soprattutto nel XVIII secolo. Tra i “maestri intagliatori” del tufo e del legno ricordiamo i fratelli “Sciardari” e il maestro Niccolò Ricciulli che, sotto il regno di Carlo III di Borbone, lavorò al palazzo reale di Napoli. La chiesa di San Giorgio, dichiarata monumento nazionale, insieme alla chiesa matri- ce di Rogliano intitolata a San Pietro, costituisce il fiore all’occhiello del patrimonio storico-artistico di Rogliano.

Santi e Briganti

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